FFF 2012

FFF 2012 - Incontro con Gualtiero Cannarsi

FFF 2012 - Incontro con Gualtiero Cannarsi

Incontro con

Gualtiero Cannarsi

adattatore e direttore del doppiaggio dei film targati studio Ghibli

30 Marzo 2012

Non serviamo Miyazaki sushi ma godetevi un bel すぱげってい(supagetii)

 La traduzione è un campo professionale ancora artigianale (per fortuna, perché tutto ciò che diventa accademico e standardizzato perde qualcosa di direttamente connesso all’ingegno umano).

A mio parere la traduzione deve muovere alla comprensione di un film (di un’opera in toto, e nel caso dello studio Ghibli, di un intero universo collegato a un mondo tanto distante da noi quale è il Giappone).

Per tale ragione, ogni volta che mi metto al lavoro su una traduzione, la prima parte del mio lavoro consiste nella documentazione ermeneutica di tutto ciò che gravita intorno al mondo che mi accingo a portare in un differente bacino culturale. Perché tradurre i film di Miyazaki significa presentarli all’Italia e questo deve essere fatto nella scrupolosa coscienza di sapere che quello che importa non è il parere personale o la necessità di adattare un piatto al palato della cultura che lo vuole mangiare, bensì dare all’opera la possibilità di essere capita ma secondo i canoni e le intenzioni originali di chi l’ha prodotta. Non tengo mai conto del mio gusto personale ma dell’oggettività dell’originale cui costantemente mi confronto. Perché è quello che voleva dire il regista di cui io mi rendo tramite con l’adattamento in italiano; cerco di fare in modo che il significato originario dell’opera possa arrivare al pubblico.

Parlando del processo di traduzione e adattamento, in un prima istanza effettuiamo la traduzione letterale dal giapponese. Sono coinvolte persone bilingue cui io mi affianco e che verrà in seguito discussa con l’autore. Si tratta di una sorta di lavoro di filologia o contestualizzazione del significato profondo dell’opera che ha la duplice finalità di comprensione e resa precisa di tutto il contenuto.

Parlando di traduzioni in termini generali, esistono due scuole: quella filologica, appunto e quella che io chiamo funzionale, ma che in termini tecnici mi hanno detto venga definita `addomesticata’. Secondo questa seconda corrente il contenuto stilistico, linguistico dell’originale deve essere schiacciato a uso e consumo del fruitore.

Ma io dico “Le opere di ingegno umano non sono bugiardini di un medicinale. Vi è un afflato culturale diffuso, un respiro naturale (anche fosse solo la marca della cultura che l’ha espressa) ma nessuna necessità funzionale (come per esempio per un medicinale se è esplicitato a solo uso esterno)”.

Lo scopo a ritroso determina sia il modo che la fonte.

Il modo in cui proporre queste opere a una differente cultura rappresenta per me una questione di deontologia professionale: essendo chiamato a mettere le mani sull’opera altrui è un dovere per me documentarmi, mentre allo spettatore questo non è richiesto a prescindere.

Questo senso del dovere è stato anche per me un pungolo che mi ha spinto ad approfondire laddove, se fossi stato un semplice spettatore, probabilmente per pigrizia non avrei fatto. Il mio lavoro mi obbliga a studiare ma io ne sono lieto perché è un arricchimento di cui diversamente non avrei probabilmente goduto.

From Up on Poppy Hill

From Up on Poppy Hill (Kokuriko-zaka kara), poster

Parlando dell’ultima opera di Goro (regista che io amo molto), Fom Up on Poppy Hill (kokuriko-zaka kara). Quello che mi ha stupito è stato il senso di nostalgia che mi ha lasciato (è la seconda volta che lo vedo e ogni volta sono colto da differenti sensazioni). In fin dei conti, è sorprendente che un film che racconti dei tempi andati che non ho vissuto (il film ripropone uno spaccato del Giappone degli anni ’60) abbia lasciato in me questa sensazione. Nostalgia per definizione è un qualcosa che è passato ma che si è vissuto personalmente.

Questo credo sia peculiarità di Goro che è un regista che ha sempre qualcosa da dire nei suoi film. E qui lasciatemi fare una precisazione sulle due tipologie che esistono di registi dell’animazione: quello che proviene dal disegno (e appartiene a questa categoria Miyazaki padre) e quello che proviene dalla cinematografia, che voleva fare il regista e poi si è ritrovato ad occuparsi di animazione. Questa seconda tipologia è quel genere di persona che ha il chiaro intento di utilizzare l’occhio della cinepresa per raccontare qualcosa, mentre il primo tipo è generalmente devoto alla possibilità di disegnare qualcosa. Goro appartiene a questo secondo tipo di regista. Guardando un suo film non posso fare a meno di chiedermi: cosa voleva dire? Perché ogni suo film è dettato dal desiderio di dire qualcosa al pubblico. Miyazaki padre, al contrario, è sicuramente mosso dal desiderio di disegnare. Lui stesso ha dichiarato: perché un treno che corre sull’acqua? Perché ho sempre desiderato disegnarlo.

Tutto in un film dovrebbe essere strumento di quello che si vuole dire. Se non si vuole dire niente, non si dovrebbe fare un film. I racconti di Terramare, per esempio, o Fom Up on Poppy Hill che veicola l’interrogativo: come è possibile costruire un futuro se si dimentica il passato? Ma se si fa un film per dire qualcosa a qualcuno occorre anche che ci si possa far capire. E questo è il mio mandato.

La stampa in Giappone per esempio ha notato nello stesso film un altro tema: anche davanti a una realtà insormontabile (in From Up on Poppy Hill fin dall’inizio i due protgonisti si amano ma sono convinti di essere fratelli), i personaggi non si segregano in una realtà fittizia ma continuano a marciare verso il loro destino. Fanno ciò che la vita richiede che loro facciano. C’è poi nel film un tema ricorrente: l’abbraccio, che si manifesta in modi differenti. Ho notato, per esempio, un abbraccio tutto femminile con la madre che si differenzia dagli altri. Il regista sembra anche insistere sulla quotidianità come valore. Fare le cose come consueto nonostante il dipanarsi di un destino avverso. Vi si avverte una ricerca, riaffermazione di una identità nazionale. Il Giappone ha un ritmo di rinnovamento feroce: il film sembra sottolineare il rischio di dimenticarsi ciò che accaduto anche solo ieri come una perdita. Io trovo inoltre nel film una intellettualità sorprendente del regista: lui non ha vissuto gli anni ’60 come i ragazzi del film. Avrà pertanto dovuto fare uno sforzo intellettuale per avvicinarsi a quel sentimento per riuscire a trasmetterlo invece nella sua opera. Si tratta di una ricerca approfondita mossa dall’obbiettivo ancora una volta di passare un valore.

Goro è un uomo che vuole trasmettere valori attraverso i suoi film ed è profondamente devoto a Takahata Isao, più che al padre, nella sua poetica cinematografica. Nel cinema di Miyazaki padre, per esempio, esistono delle passioni dichiarate: per i meccanismo bellici stile prima guerra mondiale, soprattutto macchine volanti (durante la guerra la famiglia di Miyazaki non se la passava male fabbricando calotte per gli aerei); l’interesse per la letteratura occidentale per l’infanzia (era iscritto al club di letteratura occidentale per ragazzi durante gli anni della scuola, e in Giappone le attività scolastiche pomeridiane sono obbligatorie); la passione per il cinema occidentale (per esempio l’animazione francese). Ma soprattutto è stato fondamentale per lui l’incontro con Takahata Isao (di cui si è reso spesso la mano) che è un uomo mosso da un grande ideale. Miyazaki infatti possiede una strana natura bipartita: il gusto del fantastico (anche in termini di evasione) e la contaminazione intellettuale determinata dall’amicizia con Takahata San. Nel suo cinema c’è una forte influenza europeista, potremmo definirlo “una spremuta di occidente ridigerita da una mente giapponese”. Il museo Ghibli stesso non è un vero e proprio museo dello studio ma piuttosto una raccolta delle cose che affascinano il regista. Come si dice, “Dalla distanza tutto brilla in maniera eccezionale”. Però esiste anche una matrice diffusa culturale nello strato più basso del sottotesto: sono proposte ambientazioni pseudo-occidentali, per esempio, ma i rapporti sociali che si intrecciano in essi sono puramente giapponesi.

Goro segue la scia idealsita di Isao e le passioni estetico-evocative del padre. Cerca una matrice stilistica giapponese intellettuale. La sua idea per Form Up on Poppy Hill è stata: se faccio un film che parla del Giappone lo devo fare in stile giapponese.

Si tenga conto che in un film di animazione non c’è nulla di casuale. Nelle riprese dal vero è possibile che in una scena ci scappi qualcosa che non era previsto (NdR talvolta l’imprevisto entra parte del previsto in quello che in gergo si chiamano fegatelli, ovvero spunti di inquadrature che non erano in sceneggiatura ma che si colgono mentre si gira)

Ma in un film di animazione tutto è deciso a monte e se vedi qualcosa in una scena, è lì perché è stato voluto (NdR e se è stato voluto probabilmente è una semina che ha un significato nella raccolta che avverrà più avanti nella narrazione. Ogni dettaglio in un film di animazione è definito in quella che viene chiamata Bibbia).

Perciò se vedo due bandiere che sventolano (NdR in riferimento al film From Up on Poppy Hill) devono essere state messe lì per un motivo ben preciso. E infatti è così, il tema delle bandiere ricorrerrà come valore per tutto il film che è l’ambiente perfetto per dipingere sociologia e dinamica dei sessi. I personaggi sono caratterizzati sulla base delle loro passioni e l’appassionato di filosofia non a caso è il più stravagante di tutti. Si noti che è di conio recente in Giappone la parola filosofia, prima non esisteva. E proprio il ragazzino filosofo sarà accoppiato con la donna più pragmatica.

L’“onesto occhio di conio realista”). Isao stesso è appassionato di cinema realista. L’idea che viene passata dal film è che i ragazzi siano ragazzi in ogni epoca e la cultura non è staccata dalla realtà. Se un film è onesto, anche il messaggio che veicola diventa importante. Diversamente, se un film è disonesto, il messaggio che veicola passerà inosservato. Goro veicola messaggi importanti ma con tanta onestà. Le logiche di aziende internazionali, invece, seguono strade imperscrutabili.

Tornando al lavoro di traduzione e adattamento, non credo che l’opinione soggettiva possa sovrastare motivazioni oggettive. Non devo fare come piace a me perché non è il mio film. Esiste un solo gusto che va tenuto in debita considerazione: quello del regista. Qualsiasi cosa diverga da esso è indebita e non deve esistere. A tale proposito racconto spesso un aneddoto: doppiavamo il castello errante di Howl con una doppiatrice storica molto brava. Lei interpreta una battuta e io la stoppo: le spiego come andrebbe fatta e gliela faccio rifare. Quando riascoltiamo il lavoro li mi dice: sai, a me piaceva di più come avevo fatto la prima volta. – Anche a me, – le dico io. – Ma nel film è come la abbiamo fatta.

Se l’originale dice così, questo è obiettivo e va mantenuto. Non si mira a soddisfare il gusto dello spettatore. Il parere personale è soggettivo. Chiunque ha la pretesa di esprimere il gusto di tutto il suo paese ma non è così.

Con i film di Miyazaki arriva in Italia non solo un film ma anche tutta una cultura e un mondo che appartengono al Giappone. É mio compito fare in modo che questo mondo possa essere compreso anche se si discosta dal gusto del paese in cui il film viene visto. Se lo spettatore è interessato, si documenterà. Se no, è una sua libera scelta che non mi deve interessare. Io, invece, devo fare in modo che Miyazaki giunga per quello che è al mio paese, in modo che ci si possa fare un’idea giusta. Rispettare l’integrità dell’originale significa rispettare l’intelligenza del pubblico.

Se la traduzione giunge a una lingua inusuale, non importa. Deve comunque essere così. Io devo vedere (e capire) una cultura e non una lingua. I protagonisti parleranno in italiano ma non l’italiano. Il doppiaggio è la traduzione di una lingua ma il contenuto linguistico è differente e la traduzione ne risentirà in termini di “nessuno parlerebbe così”. È normale. È sempre più faticoso fruire di un’opera straniera perché si tratta di incontrare il diverso, ma arricchisce anche.

Non si resta influenzati solo da quello che siamo consci ci abbia influenzato.

Nota dell’intervistatore: a riconoscimento del lavoro di Gualtiero Cannarsi, la Ghibli ha deciso di aggiungere anche la traccia italiana ai loro blue ray.


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