Destra o Sinistra, qual è il diritto giusto?

Citiamo J. Ober (“Facilitanting Open Access: developing support for author control of copyright”, in “C&RL News”, Vol. 67, n. 4, April 2006) ed espandiamo il concetto.

Il copyright è l’anello (un anello per domarli tutti). Di inestimabile valore, concede al suo possessore il potere ma un potere che è guidato dal volere (malvagio?) dell’anello stesso.

Frodo è Lawrence Lessing (Creative Commons) che guida i suoi sforzi nella speranza di condurre l’anello in un posto che ne muti (non distrugga ma aggiorni) il potere. Perché quello che il copyright preserva oggi non è più l’artista ma solo diritti economici. Di chi? Dato che non garantisce, come dovrebbe, all’artista di vivere del suo lavoro: credo sia generalmente condiviso il concetto che chi è tanto pazzo da voler ancora dedicarsi a qualcosa di così poco “produttivo” come l’arte possa, come i puffi, campare anche di puffobacche.

Prendete un gruppetto di editori (avari?) e questi sono creature Gollum, che partite con buoni propositi sono stati plagiati dal volere dell’anello e sono diventati (malvagi?) oscuri e severi: non vendono se non quello che garantisca la vendita. È un gatto che si morde la coda, un processo ricorsivo che non conduce all’innovazione, crescita e guadagno per l’umanità (come dovrebbe essere l’arte) ma che sta collassando su se stesso come un suffle’ estratto troppo presto dal forno. L’anello agisce solo per mantenere l’anello.

Io credo che il concetto di proprietà intellettuale sia mutato profondamente oggi, tempi guidati dalla “logica del DB” esposta da Manovich: poiché oggi il mondo ci appare «come una raccolta infinita e destrutturata d’immagini, testi e altri record di dati, è perfettamente logico assimilarlo ad un database».

Siamo un anello di passaggio, generazione a mezzo tra due secoli e da bravi ‘mezzanini’ siamo tormentati, come i nostri predecessori del precedente millennio, dal terrore della fine: del mondo? No, soltanto in balia dei cambiamenti. Ma saremo noi gli inconsapevoli portieri della stanza della nuova creatività. Se pur il cui contenuto probabilmente non lo vederemo mai, senza di noi non potrà essere aperto questo passaggio.

Essere artisti oggi, dunque, coinvolge talvolta in un meticoloso, attento lavoro di ricerca, di assemblaggio e ridefinizione, tra quello che esiste e quello che stimola la nostra sensibilità ad agire, vessati però dal vincolo imposto dai tempi di trovare un’utilità a quello che da sempre  è stato lasciato alla sfera del piacere senza per questo tacciarlo di inutilità. Uno spirito Bauhaus snaturato dalla necessità di sentirci noi stessi utili in una società dove se non produci non esisti.

Impedire di giocare con quello che c’è, definire barriere, bloccare la sperimentazione e con essa l’innovazione per mere finalità economiche non è soltanto limitante ma anche un crimine verso l’umanità. Innovazione oggi abbandona il concetto rinascimentale di crazione ex novo di qualcosa di geniale. Oggi l’innovazione si ridefinice come assemblato, per nuovi fini crossmediali tra ambiti di conoscenza differenti e disgiunti; orchestrazione di risorse, come avviene nel nostro alter ego culturale, l’informatica.

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