Lancio un urlo nel vuoto

perché già lo so che questa protesta cadrà inudita ma devo liberarmi di questa scimmia che mi tormenta da sta mattina perché non è giusto che in questa bella Italia non ci si indigni mai di niente e si accetti che a pagare siano sempre gli stessi.

Così, lasciatemi scrivere l’ennesima lettera al caro Signor P. , autista di mezzo pubblico del bel paese che per lavoro sono costretta ogni mattina ad attraversare, perché ditemi voi se sia gisuto che a una persona che:

fa il pendolare da 20 anni e da due e mezzo tutti i santi giorni sempre la stessa tratta (probabilemnte la sua faccia al Signor P. dirà anche qualcosa); che può mostrarti (ce li ha in borsa) la pila degli abbonamenti dei mesi passati (un anno intero), tutti corretti; che si è premurato di verificare un’informazione relativa alla tariffa per la tratta (che fa tutti i santi giorni) non con uno ma con due colleghi

sia giusto le venga imposto di pagare il prezzo di un biglietto a bordo dicendole che:

non si doveva fidare dei colleghi (due), che doveva chiedere in biglietteria che li’ lo avrebbero saputo (dove per altro pochi giorni prima era avvenuta la scena di una persona che chiedeva indicazioni su una tratta per un autobus e il bigliettaio non gliel’ha saputa dare); che lui, povero Signor P., faceva solo il suo mestiere ed era incontrovertibile che lei ora fosse su un mezzo sprovvista di bigleitto; che la persona in questione doveva solo ringraziare perche’ le faceva il biglietto (in vettura, 6,20 EURO!!!!) e non la multa (piu’ di 60 euro, che kulo).

Pertanto eccomi qua a scrivere la seguente letterina (che allegherei in coda a quella della Litizzetto per la befana)

Caro Signor P.,

di persone come lei ne ho incontrate tante essendo costretta ogni giorno a spostarmi con i mezzi pubblici e ogni volta che penso di averle viste tutte, lei torna a stupirmi. Innanzi tutto per la capacità di appellarsi alle regole quando sa benissimo che è lei a fare il bello e cattivo tempo in vettura per quanto riguarda validità di biglietti e multe e aggiungo, mi scusi se glielo dico, che non è carino dare degli incompetenti ai colleghi assenti quando quello presente gli è servito eccome per avere ragione. Lei avrà tirato su 6 euro e poco più (e mi scusi per la rima ma mi pare di raccontare una favola per la morale) che pagheranno il biglietto di quei due o tre portoghesi con cui non ha voglia di discutere perché: a. prenderebbe una coltellata o b. semplicemente cestinerebbero la multa non appena scesi dal treno, ma che a me costa il pranzo visto che io, come lei, i soldi li guadagno e non mi crescono in terrazzo con i fiori. Vorrei poi aggiungere che se le regole sono regole (ed è vero, Socrate docet ma chissà perché questo non vale più si sale ai vertici del potere, a partire dalla sua categoria, dove le regole valgono a immagine e somiglianza), ci sarà però un motivo se voi Singor P. vi mantengono sui treni e non vi sostituiscono con delle belle sbarre elettronice come in metropolitana. Mi pare chiaro che il vostro discernimento talvolta potrebbe fare la differenza per rendere se non più facile almeno un po’ meno dura la vita di noi pendolari che in fin dei conti vi facciamo lo stipendio. Se si fosse preso la briga di ascoltare, invece di ripetere che le regole sono regole e che lei stava solo facendo il suo lavoro, avrebbe potuto comprendere che io la tratta sono costretta a farla tutti i giorni e che se quell’abbonamento davvero non copriva tutto il tragitto (ho ancora i miei dubbi), appena scesa sarei corsa a integrarlo; non potendolo più fare con la formula Mi muovo, avrei pagato la bellezza di 36 euro invece dei 25 che mi spetterebbero e a cui si andavano a sommare i suoi 6.20, una cifra che inizia, nel suo complesso, ad essere significativa per un precario pendolare con una famiglia. Mi verrebbe la tentazione di cadere nel retorico facendole la domanda: e se fosse successo a sua sorella? E al tempo stesso non posso fare a meno di domandarmi io stessa se a un collega che si fosse trovato nei suoi panni con qualcuno a lei caro davanti avrebbe avuto il coraggio di suggerirgli di andare a informarsi meglio in biglietteria e di non fidarsi dei colleghi. “Faccio solo il mio lavoro” è una risposta di comodo. Vuole davvero farmi credere che che se invece che su un mezzo pubblico avesse lavorato ad Auschwitz,  gli ebrei li avrebbe ammazzati con la sua bella coscienza pulita? Sul fatto che dovrei ringraziarla, però, qualche ragione riesco a dargliela perché ancora una volta mi ha aperto gli occhi su quello che come Gaber mi fa dire: Io non mi sento italiano ma per fortuna purtroppo lo sono. Sì, lei con la sua ottusa arroganza e incapacità a empatizzare con chi sotto numerosi punti di vista avrebbe dovuto considerare un collega, mi ha costretta a constare come ormai ci siamo abituati a tutto; come l’italiano, se pur si lamenti dei tempi, in realtà non sia capace di scandalizzarsi più di nulla, dacché ci hanno abituato a fornire ciascuno delle sue belle ragioni che andaranno capite. E anche io che mi sono fatta questo bel giro di parole addosso, sarei ora in grado di capirla e a darle anche ragione. Ma perché, mi domando, anche adesso che ci ritroviamo con la merda fino al collo, continuiamo a illuderci che il paese sia una nave che possa raggiungere il porto anche senza equipaggio? Mi vien da pensare che forse forse al calduccio nella cacca non ci stiamo poi neanche così male. E questo, caro Signor P., dovrebbe suggerire anche a lei e ai suoi colleghi tutti un bell’esame di coscienza. Come mai i numerosi scioperi non producono l’effetto che sperate? Non è perché la gente l’avete convinta a non inkazzarsi più, ma perché non ha nessuna voglia e motivo per mobilitarsi in favore di chi non si è mai preoccupato di rendergli non dico migliore ma perlomeno un po’ meno complicata la vita. Invece che arroccarci sui nostrimiseri orticelli, la si dovrebbe capire che in fin dei conti siamo tutti colelghi, costretti  la maggior parte della nostra vita su un mezzo fatiscente per lavorare e sbarcare il lunario tra le incertezze dei tempi, proprio come voi.

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