Se è vero che sbagliando si impara…

“Ho imparato a considerare gli errori una parte necessaria del nostro lavoro, come gli investimenti in ricerca e sviluppo, e invito caldamente tutti i dipendenti Pixar a vederli in questo modo”.

(Ed Catmull, Verso la creatività e oltre)

Anche se con la ragione ci arriviamo, l’errore lo fuggiamo, lo neghiamo, lo bypassiamo facendo solo quello che ci riesce meglio (che sappiamo già fare); perché fallire ci fa soffire, è una reazione viscerale ma  sbagliare è anche l’inevitabile conseguenza di tentare qualcosa di nuovo. Senza gli errori non si creerebbe mai qualcosa di originale.

Per la maggior parte di noi il fallimento è accompagnato da un fardello molto pesante, la cui origine risale forse al periodo scolastico: chi di noi non ha assimilato il messaggio che l’errore o un insuccesso significhi una nostra mancanza (non abbiamo studiato o non ci siamo preparati a dovere)?

Riconoscere che accettare di aver sbagliato sia molto importante per il nostro processo di apprendimento non è sufficiente perché fallire è un’esperienza dolorosa, e spesso la sofferenza che proviamo ci impedisce di comprendere il valore di quell’esperienza. Dobbiamo accettare questo fatto ma saper anche cogliere i vantaggi della crescita che ne seguirà.

Alla Pixar, Andrew Stanton, che non è come la maggior parte delle persone, è noto per ripetere frasi tipo: “Sbaglia il prima possibile” e “Sbaglia presto e sbaglia in fretta”.

È convinto che fallire sia come andare in bicicletta: non è possibile riuscirci senza cadere almeno qualche volta. “Si prende una bici che sia la più bassa possibile, si indossano protezioni per i gomiti e le ginocchia e si parte”. Adottando questa filosofia ogni volta che si prova a fare qualcosa di nuovo, si ribalta la connotazione negativa assegnata agli errori. “Non direste mai a chi sta imparando a suonare la chitarra: ‘Sta molto attento a dove metti le dita prima di toccare le corde’ […] Non è così che si impara qualcosa, vero?”

Ciò non signifca che ci deve piacere fallire. Tuttavia, è possibile (e si deve) affrontare questa possiibilità a viso aperto, cercando di trasformare in crescita la sofferenza che ne può derivare. Isn’t it? mes chères?

 

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