Ciao Johan

Il 90% della gente pensa che lo sport sia educazione fisica in realta’ e’ educazione e basta.
(Sky sport, I signori del calcio)

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Tra le tante persone che non si sono fatte fermare dal pensiero che forse potevano fare troppo poco e sono finite per cambiare il mondo, di sicuro c’e’ Johan Cruijff (o Cruyff, come lo ha europeizzato la stampa). Un ragazzino con due gambe da cicogna che pero’ gli valsero l’appellativo di “mingherlino elettrico” (Galeano). Il caso (o la sfortuna) fece si’ che la famiglia si trasferisse, quando lui era ancora un bambino, in un appartamento dietro lo stadio dell’Ajax dove la madre aveva trovato lavoro, dopo la morte del padre. E allo stadio, dove passava la maggior parte del tempo libero, ricevette una proposta che non pote’ rifiutare.

All’età di dieci anni entra nel settore giovanile dell’Ajax. Le sue capacità tecniche e il suo talento inventivo vengono subito notate dall’allenatore della squadra Vic Buckingham ma il piccolo Johannes fin da subito mostra alcune imperfezioni fisiche. Come nei migliori cartoni animati giapponesi (ricordate Mimi’ con le catene ai polsi? 😆), Johan viene sottoposto a un duro allenamento che prevede l’utilizzo di sacchetti di sabbia inseriti nella tuta. L’allenamento funziona, ma è il talento a farla da padrone e, malgrado la fragilità del corpo, l’ingegno e la velocità lo rendono unico.

E’ questo che mi piace del gioco del calcio: e’ costellato di persone che hanno fatto un pregio del loro peggior difetto o comunque l’hanno ignorato per inseguire il proprio sogno e lo hanno raggiunto. Come il colombiano Carlos Valderrama che «ha i piedi storti, e la stortura gli serve per nascondere meglio il pallone».

A Garrincha (soprannome datogli da uno dei suoi tanti fratelli e che e’ il nome di un uccellino bruttarello e inutile), quando inizio’ a giocare, i medici diagnosticarono che non sarebbe mai arrivato a essere uno sportivo quel povero avanzo della fame e della poliomelite e invece non c’e’ mai stata un’ala destra come lui.

Ho sempre pensato che ogni svantaggio abbia i suoi vantaggi. Se sono piccolo, devo essere piu’ coraggioso. Se sono forte devo esser piu’ sveglio. Non ho alternative.

(Johan Cruyff, Mi piace il calcio ma non quello di oggi)

Nel ’63, all’eta’di 16 anni, Johan e’ entrato a far parte della prima squadra quando l’Ajax vive, pero’, un momento difficile e l’ultima sconfitta con il Feyenoord decreta l’esonero dell’allenatore Buckingham sostituito dall’ex giocatore dell’Ajax Rinus Michels.

Ha inizio la rivoluzione del calcio totale.

All’inizio c’era la palla, poi vennero le regole che diversificarono il calcio dal rugby ma comunque lo scopo rimaneva lo stesso: rincorrere la sfera.

Poi, un giorno del 1800, l’Inghilterra affronta la Scozia e uno dei due centroavanti di Cambridge retrocede andando di fatto a costituire una piramide: la piramide di Cambridge.
Si inizia allora a parlare di schemi di gioco basati sui passaggi, piuttosto che sulla mischia.

Se c’e’ una cosa che la piramide di Cambridge ci ha insegnato e’ che il calcio e’ una questione di equilibrio e l’equilibrio non viene dagli schemi ma dagli uomini che si ha a disposizione.

C’e’ soltanto un gioco, non due parti: infatti durante la fase di possesso generiamo condizioni difensive future e viceversa. Il modo in cui si gestisce il pallone indica come si puo’ intervenire collettivamente quando non si e’ piu’ in possesso (Oscar Cano, Il gioco di posizione del Barcellona)

Il calcio totale enfatizza proprio questo: e’ l’uomo che fa lo schema, non il contrario. In campo il giocatore deve sapersi adattare alle necessita’ dettate dal gioco; deve cioe’ essere versatile per quanto riguarda il ruolo.

Non dimentichiamo che il calcio consiste precisamente nel creare spazi, non nel ridurli.

E se un compagno si sposta di ruolo, qualcun altro deve avere la sensibilita’ per andare a prenderne il posto e ristabilire l’equilibrio.

Non basta saper tenere il pallone: si deve anche sapere che cosa farne.

Questo modo di giocare si cuce bene addosso a Cruijff che gioca nel ruolo di attaccante, ma non ha difficoltà a cambiare posizione in campo.

Di fatto, Cruyff ha rivoluzionato il gioco del calcio. Esiste un calcio ‘prima’ in cui chi faceva l’attaccante stava lassù e chi difendeva quasi mai si avventurava nelle terre inesplorate dell’altra metà campo. Poi e’ arrivato il calcio ‘dopo’, ad Amsterdam, mentre gli Annni Sessanta andavano incontro al tramonto; ed è arrivato con lui.

Il calcio totale e’ padre di tutti gli schemi. E’ all’origine del Tiqui Taqua, termine reso di dominio pubblico dal telecronista spagnolo Andrés Montes durante il suo commento del mondiale 2006, in rifetimento allo stile di gioco caratterizzato da ragnatele di passaggi rasoterra svolti con estrema calma in modo da imporre il proprio possesso di palla per la maggior parte della durata della partita.
Anche il gioco attendista del 4-4-3 tanto caro all’Italia e’ in fin dei conti un’evoluzione del calcio totale.

Johan Cruyff non e’ il calciatore come viene pubblicizzato oggi, l’eroe greco che non puo’ mostrare debolezze, il machito bobo. Eroe lo e’ ma e’ l’Enea di un calcio che non si esaurisce con la carriera di un calciatore. È uno degli appena sei allenatori capaci di vincere la Coppa dei Campioni da tecnico dopo averla sollevata anche da giocatore.

E come ogni eroe, la sua figura e’ accompagnata da un mito; il mito della maglia numero 14 che come ogni altro che si rispetti, nasce dalle imperscrutabili trame del caso (o chi per lui). Siamo nel 1970, il 30 ottobre, come ricorda l’Independent. Il compagno di squadra all’Ajax non trova la sua maglia numero 7 e Johan Cruyff, il leader della squadra in campo e fuori, gli cede la sua numero 9. Poi prende la prima maglia in cima alla pila di quelle lasciate nella sacca degli oggetti spaiati: è la numero 14. La partita contro i rivali del PSV Eindhoven è vinta 1-0 dall’Ajax e Cruyff detta la linea: in campo sempre e solo con qui numeri indossati nella partita vinta. La federcalcio olandese non approva, ma si rassegna (Johan Cruyff e perche’ aveva ilnumero 14)

Cruyff e’ l’uomo che ci ha mostrato come una sconfitta, se e’ epica, puo’ passare alla storia ugualmente.

… una finale mondiale persa nel ’74 contro la Germania Ovest. Come giocavano però Cruyff e compagni. Chi li ha visti, ancora oggi li ricorda con gli occhi che brillano. Quel rigore conquistato al primo minuti nella finale tedesca, scatto bruciante (di chi se non di Cruyff?) e rigore conquistato: Olanda in vantaggio 1-0 senza che la Germania avesse mai toccato la palla. Era calcio, era spettacolo. Era calcio totale. (Johan Cruyff, l’uomo che cambio’ il calcio)

“Se nel 1974 fosse stata l’Olanda a vincere la finale della coppa del mondo contro la Germania, forse nessuno avrebbe parlato ancora oggi di quella partita, di quanto fossimo stati bravi e della perfezione del calcio che giocavamo. La leggenda può trarre linfa anche da una sconfitta, soprattutto se giochi bene e se lasci un buon sapore in bocca ai tifosi… anche quando perdi, il bel calcio perdura nella memoria…”

Per me, che sono cabalistica come Dante, che questa affermazione sia datata 1974 ha un forte valore simbolico. Mi ricorda quanto c’e’ di piu’ puro e sacro nel gioco del calcio.

Per quanto i tecnocrati lo programmino perfino nei minimi dettagli, per quanto i potenti lo manipolino, il calcio continua a voler essere l’arte dell’imprevisto. Dove meno te l’aspetti salta fuori l’impossibile, il nano impartisce una lezione al gigante, un nero allampanato e sbilenco fa diventare scemo l’atleta scolpito in Grecia.

(Eduardo Galeano)

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