Giornate così

Ci sono giornate che sono fatte così. Iniziano col singhiozzo, si allargano in uno sbadiglio e poi con un crampo si fissano in un groppo che non va né su né giù e te lo devi tenere.

Sono quelle giornate

in cui ciò che fai non ti piace ma lo continui a fare; le persone con cui parli non ti ascoltano ma non ti arrendi a cercare di farti capire; e soprattutto le motivazioni del mondo ti scivolano sotto le scarpe e le calpesti sperando che a qualcuno faccia molto male. Non importa a chi. L’importante è che sfoghi il bubbone purulento dei tuoi desideri disattesi, dei tuoi diritti calpestati, dei tuoi meriti ignorati e della speranza evaporata nella nebbia che adesso ti impedisce di vedere un domani diverso da quello che ti tocca e ti toccherà, nei secoli a venire.

Ė in quei momenti che hai bisogno di un pensiero felice come quelli che servono (insieme alla polvere di fata), a volare via dalla finestra dietro a Peter. 

Il mio è una di quelle feste estive che vedi nei cartoni giapponesi; quelle un po’ in kimono e un po’ no dove le ragazzine si danno appuntamento col loro amato e col retino si pescano i pesci rossi. 

Se ci riesci. 

Perché quei ‘retini’ sono fatti di carta di riso e si rompono al primo scodinzolare del pesce fuori dall’acqua. La difficoltà del gioco sta proprio in quello.

Il treno è in ritardo, il primo che parte è strapieno. Torno a viaggiare assiepata sul predellino tra carrozza e carrozza ma nella mia testa spira una brezza lieve. Le lucciole escono pigre dai loro nascondigli e si mischiano con le luci della strada. Non so a che ora mi ridurrò a casa. 

Domani sarò di nuovo a cavalcare il drago di ferro, ad affrontare in armatura una nuova giornata e non saprei dire quante altre volte mi ritroverò a farlo. Il frastuono dell’andare si mischia ai suoni di una conversazione straniera; quante altre volte mi ritroverò a vievere da profuga nella mia stessa patria. 

E penso.

I miei sogni sono quei pesciolini che nuotano tranquilli poco sotto il pelo dell’acqua. Sembrano così facile da afferrare e invece ogni volta che ci provo rompo un retino di carta.

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