BCBF 2017 – una giornata in fiera

Sotto un cielo di piombo che sembra pronto a scatenarmi sulla testa l’inferno, comincia la mia giornata verso la Fiera del Libro per Ragazzi (Bologna Children’s Book Fair, o altresì detta BCBF).

È tradizione andare in fiera con una cugina e quest’anno è la volta della Mariù. Scusa Mary se ti ho un po’ strapazzata avanti e indietro per gli stand 😜

Questo è il diario della nostra giornata in fiera.

Nonostante arriviamo a un orario più che ragionevole in mattinata, il muro del pianto è già completamente zeppo non solo dei soliti manifestini o biglietti da visita ma di veri e propri poster. La qualità al solito è altissima. Dopo numerosi giri di muro ancora non so dove appendere il mio misero A4 e decido di soprassedere, per il momento. 

Sono già le 11:00 e la Mary e io siamo con solo un caffè in pancia, ma armate di forza e coraggio, ci avventuriamo per gli stand. 

All’ingresso ci hanno dato un fiore, non ho capito bene per quale motivo antropologico, e non agevola le operazioni di prassi: tira fuori il taccuino, prendi la penna, metti via la penna, non perderti il cellulare e compagnia bella. All’ennesimo tetris delle cose che ho tra le mani, mi coglie la premonizione che io oggi alla fiera lascierò più di quanto mi sia preparata a dare. Una profezia autoavverante? La Mary ride e lascia il suo fiore sul primo tavolino che incontra. Io non ho il coraggio e lo infilo a sporgere nella cartelletta del portfolio. Questa decisione mi costerà, avrei compreso più tardi.

Appena dentro tra gli stand, la fiera è un ciclone che ci scaraventa nel regno di Oz. Ripasso mentalmente il sentiero di mattoni gialli che ho pianificato a casa ma il fatto di non essere riuscita a completare la prima azione in agenda (l’appesa al muro del pianto) rende scivolosi i mattoni sotto ai miei piedi. 

Mi trovo immediatamente accerchiata da Mondadori e Dea. C’è qualcosa di strano, lo annuso nell’aria. Non so ancora cosa sia ma mi destabilizza. Che cosa può fare la fiera per me, che cosa può fare la fiera per me? continuo a ripetermi come un mantra ma ad ogni giro uno dei mattoni gialli scompare da sotto ai miei piedi fino a che perdo l’intero sentiero e sono scaraventata nella fiera selvaggia. 

Per la Mary è la prima volta e mi segue fiduciosa, come feci io a suo tempo con Silvietta, ma finisco per farla girare intorno agli stessi stand cercando di decidermi da quale iniziare. 

Fermi tutti, mi dico dopo un’oretta circa trascorsa in questo carosello senza meta. 

Fermati e pianifica. 

Trovare una panchina in fiera è impresa ardua ma alla fine riusciamo a sederci e io mi posso organizzare: apro finalmente la cartina ricevuta all’ingresso e taccuino alla mano (per fortuna ho scritto tutto come sempre) inizio ad associare case editrici e numerelli degli stand. I piedi sono già due zampogne dentro le scarpe e maledico tutta la roba che ho messo nella borsa ma non mi lascio demotivare e complice la Mary, riusciamo anche a scherzare: 

– Dov’è la Panini? 

– B13! 

– Affondato 😜

 E poi devo incontrare una persona. Le scrivo. Piano piano il sentiero di mattoni gialli torna a comporsi sotto ai miei piedi.

Marta è una persona squisita, come mi ero immaginata dal suo blog (Marta *Murasaki*, che vi consiglio di visitare) e con lei riesco a mettere a fuoco la strana sensazione che mi ha colto entrando: la proposta grafica (sul muro del pianto, negli stand) è di qualità altissima, come sempre; una padronanza della tecnica perfetta anche per molti degli esordienti ma poi? Forse che l’illustrazione è diventata un linguaggio talmente codificato che l’editoria si aspetta cose ben precise e noi ci siamo adeguati a dargliele?

Ci scambiamo queste opinioni davanti a un caffè e poi via, lei deve vedere l’illustratrice di una sua storia e io ritorno agli stand con rinnovato vigore.

La solita casa editrice per cui sbavo per pubblicare  mi tratta (in stand) con la solita sufficienza ma ci sta: la cosa importante è che io ho trovato il coraggio di domandare. Le altre sono una piacevole sorpresa di cortesia e mi ripagano degli sforzi, soprattutto del tour de force a cui ho sottoposto anche Wid il giorno prima a fare le 2:00 per stampare il materiale  (come vorrei per una volta arrivare alla fiera con un margine di anticipo nella preparazione).

E dopo il dovere, il piacere 😄

Terminato il dovere tra gli stand italiani (la  Mary è un’ottima galvanizzatrice; devi venire più spesso con me, Mary 😘), ci lasciamo andare (io finalmente un po’ più leggera) al piacere e il padiglione dell’Oriente è una boccata d’aria fresca. Stand come castelli e finalmente la tecnologia (che non dimentichiamolo, affonda le radici nella parola τέχνη – “téchne”) nella narrazione. 

Lo zelante rappresentante di uno stand  ci mostra una penna (sembra quella a forma di carota in Zootropolis) che legge le scritte da un libro che sarebbe ottimo per la didattica.

Notiamo girare al braccio di numerose persone certe borsine davvero belle. Ne volgiamo una e andiamo allla caccia dello stand che le distribuisce ma non lo troviamo.

Quando i piedi ci hanno definitavamente rese due hobbit e la spalla che regge la borsa grida vendetta, ci avviamo all’uscita: ultima tappa, il book store. Ci aspettavamo più proposte ma io acquisto comunque un libro finalista al Campiello e uno vincitore di un altro premio della fiera e abbiamo occasione di chiedere a una ragazza con l’agognata borsina dove l’abbia presa. 

Usciamo dal book store che siamo di nuovo in bocca al muro del pianto e io mi dico che no, non posso andarmene senza appendere anch’io il mio volantino, fosse anche al muro del cesso. Sto quasi per coinvolgere un passante alto per arrivare a certi spazi bianchi là in cima quando noto un buchetto: qualcuno ha apprezzato qualcosa e lo ha staccato? Buon per lui e soprattutto buon per me. Quello spazio ora è mio! E così eccomi qua, anche LERMAIONA può dirsi presente.

Alla fine ci facciamo una scarpinata (è una lotta contro al tempo imposto dal treno) verso lo stand della borsina per sentirci dire che non ne ha più, forse domani. Domani saremo per tutt’altri lidi, penso mentre le dico in inglese che stiamo tornando a casa.

Lasciamo la fiera e io mi sento comunque soddisfatta. Mi ha dato quello che volevo e io ho lasciato quello che dovevo. Forse anche qualcosa di più. È sul treno del ritorno, infatti, che mi accorgo che appesa alla cartelletta del portfolio la mia bambolina giapponese dei desideri non c’è più. Quale desiderio ci fosse arrotolato dentro, potete ben immaginarlo. La Mary ride quando con faccia contrita le mostro il cordoncino dove è rimasta solo la campanella che a un certo punto in fiera l’avevamo sentita trillare forte, ti ricordi Mary? Che volesse avvisarci proprio della perdita? Non lo sapremo mai.

Sorrido anch’io ma a casa ci penso ancora, mentre metto in acqua il mio fiore. È tutta colpa tua, gli dico. Se non ti avessi voluto tenere non avrei dovuto spostare di lato la cerniera e la bambolina non sarebbe spenzolata fuori. Il fiore è bello, come appena colto nonostante la giornata in borsa senz’acqua. Che sia un segno? Forse che per ottenere qualcosa che non hai devi prima essere disposto a perdere qualcosa che hai? Io e i miei segni come i romani che se lo stormo non avesse attraversato il cielo da destra, non avrebbero fondato Roma. 

Guardo il fiore che è lì, fresco e bello come appena colto e penso che anche le mie storie le coltivo come fiori nella mente ma poi le recido per portarle per il mondo. E lo devo fare, se voglio condividerne il profumo; e le devo lasciare in mani che forse non avranno la stessa cura che ho avuto io per loro. E spero che quelle storie, in giro per il mondo senz’acqua, restino comunque belle e profumate come questo fiore, finché qualcuno che lo ha ricevuto come me non decida di trovargli un bel vaso. E allora potranno goderne, com’e stato mio privilegio per il tempo che l’ho coltivato, per lungo tempo tutti.

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